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paura e coraggio

paura e coraggio

Si guardò intorno cercando qualcosa a cui aggrapparsi… qualsiasi cosa. Era già a terra da qualche minuto. Non era voglia di rialzarsi, piuttosto la necessità di stringere forte qualcuno, di sentire un odore noto, di avere una qualche minima percezione di sicurezza, conforto… di familiarità. Le sue gambe fredde, ancora nell’acqua, si muovevano lentamente, la pioggia era quasi invisibile. Fissò una delle sue scarpe, poco più in là, completamente inzuppata d’acqua. Le venne da piangere ma si trattenne ancora una volta; lasciò andare la testa poggiandola al muro. Adesso sentiva la pioggia, sulle guance, sugli occhi chiusi. Immagini, suoni, persone, facce di anni prima, cercò ogni cosa, ogni luogo, ogni sensazione. Disse il suo nome ad alta voce, lo disse di nuovo. Avrebbe voluto avuto avere il numero di Giulia, chiamarla adesso, chiederle come stava, chiederle di sua figlia, se poi lo aveva fatto davvero quel viaggio in Francia, se lavorava ancora al supermercato, se era felice, che faceva il sabato sera, se era ancora abbonata a quella stupida rivista, se era ancora convinta che tutto sarebbe davvero cambiato un giorno. Dal canto suo le avrebbe detto che andava bene, che era dura, ma andava bene. Avrebbe potuto chiamare sua madre e chiederle dei gatti o suo fratello per sapere come andava con la schiena. Pensò a Marco e alla sua stupida ostinazione, si chiese per un attimo se anche lui stava con il culo per terra, si rispose di no, e pensò che forse era l’unica persona che avrebbe voluto davvero avere davanti in quel momento.

Tirò le ginocchia al petto, raddrizzò la schiena e disse stretto tra le labbra “indietro non si torna”.  E forse era davvero solo una giornata di merda, di quelle che mettono in discussione anche le certezze messe in fila con enormi difficoltà fino al giorno prima. E’ un provino andato male, ne andranno male altri 100, ma ci saranno quelli che andranno bene. Capita a tutti di cadere, proprio a tutti.

Si alzò in piedi tenendo una mano poggiata al muro, raccolse la scarpa, si sfilò l’altra e si incamminò verso casa. La pioggia era di nuovo scomparsa e cominciò a sentire forte il freddo ai piedi. La teneva sveglia. I conti, quelli veri, li avrebbe fatti il giorno dopo, di mezzo ci voleva la notte.


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arancini

arancini

Ci sono cose che non andrebbero fatte. Sono quelle che hanno la logica contro, sono quelle a cui non penseresti nemmeno, in un momento di lucidità. Eppure le fai. Chiedetelo ad un alcolista che cosa pensa quando, dopo un lungo periodo di astinenza, esclama: “E’ solo una birra… solo una… non significa mica che ricomincio”. Col cazzo, lo sai benissimo che ricominci, stai facendo una cazzata enorme, stai decidendo di rovinarti la vita di nuovo. Sai ogni cosa, come ti sentirai un attimo prima, come ti sentirai durante, come ti sentirai un attimo dopo. Lo sai e fai finta di niente, costruisci ragionamenti assurdi che possono convincere solo te, ma solo perchè sei già convinto. Puoi sperare nel “colpo di reni”, un ultimo scatto di orgoglio misto lucidità che ti fa desistere un attimo prima, quando la bellezza del baratro è già evidente. Ma non ci sperare, non succede mai… o quasi.

Ho già visto e sentito ogni cosa, conosco i dialoghi, le parole, le bugie, le parole di circostanza. Scendo dalle scale mobili, quelle alte, e subito apprezzo il punto di vista differente. Dura poco, alla fine sono solo in metropolitana, ma quel punto di vista sopraelevato mi consente di tirare un respiro pieno anche se l’aria non è delle migliori. Stringo le spalle nella giacca e mi poggio al muro ad attendere un altro viaggio, da solo. E’ troppo facile darla vinta ai pensieri. Ripenso però agli arancini, al profumo e al sapore dello zafferano dopo aver dato il primo morso. Croccante, ancora caldo, dentro morbido con i chicchi di riso distinti e non un’unica poltiglia. Il ripieno di mozzarella e prosciutto raggiunto al secondo morso, quello in cui chiudi gli occhi perché la sorpresa è svanita e vuoi armarti di consapevolezza. Nella più banale delle reazioni neurali la mia salivazione aumenta e mi scappa una risata. Ecco la metro, non ho più armi adesso… un altro viaggio


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Rapido movimento degli occhi

Rapido movimento degli occhi

Cercai di concentrarmi di più, inutilmente. Il vento si era alzato finalmente, lo sentivo tra gli alberi, ogni tanto tentava di entrare in casa. Uscii in terrazzo per guardare il cielo. Era pulito e piuttosto luminoso. Tirai fuori “green” dei REM. Misi su il cd e andai alla traccia 3. Partì il mandolino elettrico e mi venne da chiudere gli occhi e alzare la testa e far ricominciare gli stessi pensieri sotto una luce diversa.

…look at her and I see the beauty
Of the light of music
The voices talking somewhere in the house
Late spring and you’re drifting off to sleep
With your teeth in your mouth
You are here with me
You are here with me
You have been here and you are everything
“.

Avevano un sapore diverso, che forse era il solito, di certo non quello degli ultimi giorni. Saltai alla traccia 5 e ricomparve il dolore. In realtà i dolori erano tanti, tutti diversi e lontano del tempo. Mi rivenne in mente il concerto che avrei voluto vedere e il fatto che non avevo nessuna possibilità di andarci. Mi vennero in mente le mille volte che avevo scritto “Talk about the passion” sui quaderni, diari, miei e dei miei amici e sul muro dei garage. Mi venne in mente il cappellino rotondo nero. Mi vennero in mente i “10.000 maniacs” e che non li sentivo da una vita, e la chiesa sconsacrata di Athens. Mi venne in mente che ero un altro ma forse semplicemente perché ero un ragazzino e mi venne in mente tutta la spensieratezza di quel tempo associata al fastidio che provavo adesso nel vederla solo un miraggio. Mi venne in mente che forse niente è “ogni cosa” ma che ci avevo creduto davvero.


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proiezioni

proiezioni

Mi avrebbe guardato come aveva fatto mille volte. Apparentemente serena, gambe accavallate, il gomito destro poggiato sul tavolo e nella mano una sigaretta accesa. Avrebbe giocato con il labbro avrebbe piantato i suoi occhi di ghiaccio dentro i miei. Un sospiro, un sorriso e mi avrebbe dato la “lezione”.

Ma come spesso è successo quella lezione io la sapevo già, ma la volevo sentire da lei. Mi capitava di sperare che avesse una idea diversa, in modo da poter discutere, ragionare, mettere avanti le mie idee e le mie intenzioni, motivare ogni cosa finendo inevitabilmente sull’elemento passionale, irrazionale che dal mio punto di vista, e in un certo senso anche dal suo, avrebbe giustificato ogni cosa. Eppure, che io mi ricordi, questa soddisfazione non l’ho mai avuta.

Avrebbe detto poche parole, pochissime. Avrebbe capito me precisando, a scanso di ogni equivoco, che riusciva anche a comprendere gli altri. Non doveva essere un ragionamento di parte, non dovevano essere parole troppo ovvie nè banali, bisognava essere giusti per fare un passo avanti, avrebbe cercato di essere ‘vera’.

Ha avuto la capacità di non dirmi mai quello che volevo sentirmi dire, non mi ha mai detto “hai fatto bene”. Non lo avrebbe fatto nemmeno stavolta. Mi avrebbe consigliato di tenere conto di ogni cosa, sfaccettatura, versione, visione, mi avrebbe detto che la cosa giusta da fare era quella che sentivo e che sapeva anche che forse non l’avrei fatto. Mi avrebbe spiegato che il rancore è una “non emozione”… è finto perchè tende al niente. Mi avrebbe ricordato le “magre consolazioni”… che tutto sommato ci si riesce a campare. Mi avrebbe abbracciato ricordandomi che tutto, sempre, dipende da me… tranne lei, che ci sarebbe stata sempre. Mi avrebbe passato la mano nei capelli e avrebbe ricominciato a stirare.


next page next page close La vita ci inganna con delle ombre, le chiediamo il piacere. La vita ce lo da con una coda di amarezza e di delusione e ci troviamo a guardare con un sordo cuore di pietra, la treccia ed i capelli striati d’oro che una volta avevamo venerato così follemente e così baldamente baciato. (O.W)”
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…

Tutto intorno è ordinato… tutto intorno è troppo stranamente ordinato. Viali che non ho mai visto, marciapiedi larghi, piccole case si susseguono in un armonia di colori, ognuna con un viale, ognuna con un giardino di forme morbide, un’erba appena tagliata che te ne accorgi dall’aria, e linee e cerchi di fiori.

Mi muovo senza guardare avanti e, senza motivo, pedalo sempre più in fretta. Le mie gambe vanno ora vanno velocissime, guardo il manubrio davanti a me tremare, lo sento sotto le mani. La strada è perfetta, in leggera discesa. Il vento sulla faccia si fa sentire, abbasso la testa, le mie gambe vanno sempre più veloci. Ora guardo ai lati, cerco la serenità di prima ma tutto comincia ad essere sfocato, tutto si confonde, tutto è veloce e “indecifrabile”. Credo di aver raggiunto una velocità impossibile, mi sembra di essere in un tunnel: strisce bianche intervallate da sfumature di colori confusi, sovrapposti. Ora voglio pedalare più forte, mi abbasso fino a mettere la testa all’altezza del manubrio, il piede destro perde contatto con il pedale, il sinistro lo segue dopo il contraccolpo. Chiudo gli occhi… forte… fortissimo…. i denti stretti, le gambe larghe a far rotolare liberi i pedali, dura 10 secondi… un minuto… cinque, non lo so. Sento la luce venire meno, l’interno delle palpebre non è più rosso, rallento, lo sento, rallento.

Tutto ora è più fermo… riapro gli occhi… è tutto diverso. Niente case, viale, giardini, ma vecchi e sporchi palazzi, marciapiedi stretti… neri, niente alberi. Non ho paura. Mi rimetto dritto, riconosco ogni cosa, rimetto gli occhi sulla strada, ora è irregolare, la vedo tutta davanti a me, ma non ne vedo la fine. Riprendo i pedali, stringo forte le mani, respiro… l’aria mi invade i polmoni che bruciano. Respiro ancora, ho l’impressione di non farlo da tanto. Vado.


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Lampadine con le ali

Lampadine con le ali

D’estate il buio arrivava tardi. C’era più tempo per stare fuori, lontano dalle luci della casa. Quando il sole è appena tramontato  il colore del cielo lascia andare le tonalità del viola e dell’arancione e si ricompatta in un celeste limpido. L’aria diventa fresca e improvvisamente i profumi si moltiplicano. Dura poco, è il momento di passaggio tra il giorno e il buio. Gli ultimi minuti della giornata in cui puoi essere libero prima della cena e prima di andare a letto.

Nella valle di Pietratonda le abitazioni erano due, quelle abitate s’intende. In tutto si contavano una ventina tra case, stalle e fienili. Noi avevamo la casa più vicina al bosco e di conseguenza la più lontana dal paese. Un’unica strada, spesso per niente praticabile d’inverno, ci legava al resto della valle. A poco meno di un chilometro c’era la casa di Masina. I nostri genitori non si sono parlati per dieci anni o meglio non lo hanno fatto da persone civili, arrivando in qualche caso addirittura alle mani. Non è stato mai possibile conoscere la vera causa di tanto astio, probabilmente l’avevano dimenticata anche loro. Ogni qual volta l’argomento veniva tirato fuori, immancabilmente arrivava il momento della gallina “rossa”. C’è da considerare che la scomparsa di una gallina non è un fenomeno raro. Nella maggior parte dei casi però si finisce per dar la colpa alle faine. Ma con la gallina “rossa” no, di certo era stato un furto, di certo era stato il padre di Masina. Ho sempre pensato alla possibilità che la gallina fosse semplicemente andata via, stufa di quello spazio, delle altre galline e soprattutto incuriosita dal resto della valle. D’improvviso  le cose sono cambiate. Penso che ci sia una relazione forte tra lo svuotamento improvviso della valle e il miglioramento del rapporto con i genitori di Masina. In fondo è come stare su un’isola con un solo amico, e starci litigato. E’ davvero da stupidi. Certo, ci si limitava ai saluti, quando si passava con il carretto o quando ci si incrociava per le strade dei campi: non era tanto, ma mi sembrava un ottimo passo avanti. Il beneficio principale era sicuramente la possibilità di potermi vedere con Masina anche dopo la scuola. Sono cose che ti cambiano la vita. Io e Masina eravamo rimasti gli unici bambini della valle e la voglia che avevo di giocare con lei, era la stessa che aveva lei di giocare con me.

L’unica attività dalle nostre parti era coltivare il grano. Il nostro grano è diverso dagli tutti gli altri: lo riconosci subito perchè non ha i “baffi”. Il lavoro nei campi, quello si è davvero duro, a me piaceva di più stare nel mulino. Mi piaceva infialare entrambi le mani nel baule con i chicchi di grano, farle andare avanti e indietro. Disegni, leggeri e armoniosi, resi vivi dal riflesso della luce che si infilava da una finestrella. Mio padre: “Non si gioca con il grano”. Tiravo via le mani dal baule, le ripulivo velocemente, prendevo un chicco e richiudevo il baule. Facevo rotolare il chicco nella mano destra portandolo avanti e indietro con il pollice. Avevo una strada sensazione ogni volta che ne prendevo uno, mi verrebbe da dire oggi che aveva qualcosa a che fare con un forte scrupolo di coscienza. Il monito di mio padre, e l’incontrollabile desiderio di prenderne uno: quello che si può (o che non si può) e quello che si vuole fare.

Il baule era ancora lì, sul fondo una manciata di chicchi rinsecchiti e neri e la profonda delusione di non poterci affondare le mani dentro. Nel momento stesso in cui l’ho aperto, il mio cervello ha ritirato fuori le stesse identiche sensazioni che credevo scomparse o alle quali semplicemente non avevo pensato più. Una delusione tale da farmi venire un groppo in gola, quanto mi è mancato quel momento, anche se non me ne sono mai accorto.

Le frequentazioni con Masina aumentavano in modo proporzionale alla nostra necessità di conoscerci e più in generale al desiderio di scontrarsi con ogni tipo di novità. Il tempo non era mai abbastanza, tutto finiva sempre troppo in fretta. Il tempo non era stato mai così veloce, e avevo solo voglia di più tempo. La quantità di azioni, intenzioni, gesti si moltiplicava freneticamente ai primi segnali dell’arrivo del buio. Significava che c’era troppo poco tempo e troppe troppe cose da fare. Che poi le novità vere erano davvero poche ed effettivamente le cose da fare nemmeno poi così tante ma tutte, nessuna esclusa, ti davano l’impressione di dover essere fatte in quell’istante, che forse domani era troppo tardi. Si stava fuori più che si poteva, fin quando mia madre non si affacciava alla finestra e urlava il mio nome. Salutavo Masina con un abbraccio, e correvo verso casa.

Una sera, tutto sommato come le altre io e Masina fummo attratti da un piccolo punto di luce apparso proprio all’inizio degli alberi. Ci avvicinammo un po’, quel puntino si faceva più grande. I nostri sguardi si incrociarono per un istante, il mi cuore cominciò a battere forte e veloce. Avevo paura, ma una di quelle paure che ti da l’idea di avere coraggio. Troppa era la curiosità e troppo importante l’intesa con Masina. Ci avvicinammo veloce agli alberi e subito ci apparve chiaro che quella che da lontano ci sembrava un’unica luce in realtà erano mille piccole lucciole. Avevamo visto le lucciole tante volte, ma mai ne avevamo viste così tante, insieme nello stesso posto. Ci eravamo infilati tra gli alberi senza pensare. Tenevo Masina per la mano, qualcuno avrebbe dovuto vedere i nostri sorrisi, quando lo facemmo noi scoppiammo in una risata. Eravamo felici. Era tardi, eravamo nel bosco, ma non era buio. Le nostre mani si strinsero forti e non so dire esattamente quanto sia durato. Ricordo il mio nome urlato da mia madre così forte da spezzare per sempre quel momento. Chissà da quanto tempo stava chiamando. Corse verso di me e mi abbraccio forte, la mia mano lasciò quella di Masina, quasi piangendo mi disse di non andare più nel bosco quando è buio. Mi guardai intorno, le sorrisi, le dissi che non era buio, che c’erano lampadine dappertutto, lampadine con le ali.

Il mese successivo sarei partito, come ogni anno per raggiungere i miei zii nel nord del paese. La mia vita sarebbe cambiata lì… per sempre.


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giro di boa

giro di boa

ti guardi intorno, cercando un punto che possa attirare la tua attenzione per più di 30 secondi.

Cerchi di concentrarti su qualsiasi cosa, purché sia una distrazione tale da alimentare un pensiero diverso, almeno uno.

I due carabinieri seguono con la testa e con gli occhi la ragazza con la gonna cortissima. Appena passata compare sul loro viso lo stesso identico sorrisetto, di un compiacimento tale che comprendi a pieno la capacità del cervello di elaborare sequenze/immagini anche lunghe in un tempo di 5 passi.

I miei occhi si trasferiscono su una bimba di colore. Oltre che i suoi capelli mi colpisce il suo abbigliamento: pantalone e casacca larghi di colore turchese e grossi fiori neri. Giusto un secondo in più per apprezzarne l’incredibile armonia e guardo i due abbracciati, si baciano.

Mi da un senso di tristezza adesso, noto la shopper griffata dell’ultimo acquisto prima della partenza e cambio direzione. Un ragazzo urla contro i due carabinieri che, di forza, lo trascinano via. Non becco nemmeno una parola e decido che è il momento di fare il biglietto. Non è che mi sia rassegnato al fatto che non vedrò nessun colpo di scena (nessuno si rassegna mai completamente) il mio cervello mi suggerisce di evitare almeno l’ansia (in tanti altri casi sarebbe stata adrenalina) di fare il biglietto all’ultimo minuto.

Sul treno il leggerissimo strappo della partenza stavolta lo percepisco forte. E’ un vuoto allo stomaco uguale a quello che ti da l’aereo nel momento in cui si stacca da terra. Scarto subito l’ipotesi che il treno stia decollando e mi rassegno al fatto che il mio stomaco non farà sconti stasera: pazienza. E’ un viaggio breve come tanti altri, eppure sento benissimo il senso da “giro di boa”. Le cose sono andate esattamente come avevo previsto che è esattamente quello che non volevo. Ripasso la lezione, la verità ti fotte sempre, anche quando non la vuoi vedere… e chiudi gli occhi con tutti le tue forze. Avevo la “mano buona” ma ho detto passo


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