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next page next page close “Non dar retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola””
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una vita

una vita

Come ogni pomeriggio degli ultimi vent’anni Angelina si gode la sua ora di libertà. Seduta sulla solita panchina della villa comunale a lanciare ceci tostati ad un gruppetto di piccioni. Quello è il suo punto di vista, lei il mondo lo ha visto cambiare da lì, almeno da quando è morto Filippo, da vent’anni appunto. Un tumore ai polmoni se l’è portato via in tre mesi; un male accumulato negli anni a respirare aria nera dei bruciatori in fabbrica. Allora se ne sapeva poco, non si immaginava e forse i pochi che sapevano hanno preferito non dire niente.

Angelina i ceci non li mangia perché non lo può fare, li compra solo per i piccioni. Tra un lancio e un altro si guarda intorno, guarda i ragazzi meravigliandosi ogni volta di come sono vestiti, li sente parlare, urlare, guarda le ragazzine, non se l’immagina come è potuto accadere che a quell’età si può essere così sfacciati. Ripensa alla sua gioventù, a quando era fidanzata con Filippo che era in guerra. Si ricorda delle lettere e di un amore che è durato una vita. Pensa che era lei ad avere carattere ma che Filippo andava rispettato perché era l’uomo. Filippo non era mai stato autoritario e le voleva bene, davvero. Un amore che a pensarci adesso credi che non possa esistere più.

Angelina, saluta i cani, quelli che circolano liberi e anche quelli con il padrone: sono sempre gli stessi. Stende le gambe che fa bene alla circolazione e guarda tra gli alberi, quelli alti e vecchi della villa dei principi. Gli capita ogni volta di pensare a Filippo due, tre, cinque volte. Ed è un pensiero che finisce sempre amaro. Nonostante questo lo cerca, lo aspetta ogni giorno. Un’ora, una sola nella quale non si adopera ad impegnare la mente. La lascia libera e lei, insosarabile, corre da Filippo.

Ogni tanto passa Arturo, gestisce il chiosco insieme ai nipoti. Diciamo che ormai fa ben poco ma quel chiosco l’ha tirato su lui, è la sua vita. Arturo ha quasi 70 anni,  ogni tanto si avvicina con un sorriso sornione e chiede ad Angelina se le può offrire qualcosa al chiosco. Lei come al solito risponde di no e Arturo, sempre sorridente, ossequia e se ne va.

Angelina ci vede bene per la sua età, è l’udito il suo vero problema. Da un orecchio ci sente poco, dall’altro ancora meno. Le ha spiegato il medico che tanti anni con i rumori della fabbrica hanno causato danni irreparabili che possono solo peggiorare. Ogni volta che l’argomento viene tirato fuori lo chiude subito e sempre allo stesso modo: “E che m’import si nun sent cchiù… ho sentito abbastanza”.

Quarant’anni della sua vita Angelina li ha passati a lavorare nelle Manifatture Cotoniere Meridionali. Quarant’anni nel capannone dei telai e centinaia di migliaia di aghi a battere la stoffa. Quel rumore infernale non se l’è mai tolto dalla testa, lo sente ancora adesso, forse è l’unica cosa che sente davvero bene. Ha cominciato a 14 anni, un anno prima di conoscere Filippo. Ogni tanto ci passa davanti alla fabbrica. Le fa un brutto effetto vederla ferma, trasformata in un deposito e preferisce ricordarsela piena di gente. Si rende conto che anche quella, come tante altre cose della sua vita, non esistono più. Le restano spesso solo ricordi, a volte sbiaditi.

Ci pensa alla morte, ogni tanto, e ci pensa con il sorriso. Filippo le è stato vicino una vita intera, figurati se non la sta aspettando già.


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Mi accuso

Mi accuso

Mi accuso,

non per piangeria ma per rabbia.

Mi accuso di ogni parola detta e non detta, di ogni carezza fatta e non fatta.

Mi accuso. Perché nei fatti potevo fare di più e forse perché nei fatti ho fatto anche troppo.

Mi accuso per la testardaggine e per la mancanza di arrendevolezza. Mi accuso oggi e lo farò per il resto della vita.

Mi accuso per questa strada che è mia solo in parte e per aver voluto credere che fosse tutta mia.

Mi accuso perché pur sapendo correre non ho staccato nessuno, mi accuso per essermi fermato ad aspettare le persone sbagliate.

Mi accuso perchè ho avuto la visione del mondo e del giusto e l’ho scambiata per la visione del mio mondo e del compromesso.

Mi accuso perchè ho sofferto quasi sempre in silenzio e mi accuso per per le poche parole dette.

Mi accuso infine perché sogno e mi accuso per averlo fatto soltanto di giorno.

Mi accuso dunque,

e mi condanno.


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paura e coraggio

paura e coraggio

Si guardò intorno cercando qualcosa a cui aggrapparsi… qualsiasi cosa. Era già a terra da qualche minuto. Non era voglia di rialzarsi, piuttosto la necessità di stringere forte qualcuno, di sentire un odore noto, di avere una qualche minima percezione di sicurezza, conforto… di familiarità. Le sue gambe fredde, ancora nell’acqua, si muovevano lentamente, la pioggia era quasi invisibile. Fissò una delle sue scarpe, poco più in là, completamente inzuppata d’acqua. Le venne da piangere ma si trattenne ancora una volta; lasciò andare la testa poggiandola al muro. Adesso sentiva la pioggia, sulle guance, sugli occhi chiusi. Immagini, suoni, persone, facce di anni prima, cercò ogni cosa, ogni luogo, ogni sensazione. Disse il suo nome ad alta voce, lo disse di nuovo. Avrebbe voluto avuto avere il numero di Giulia, chiamarla adesso, chiederle come stava, chiederle di sua figlia, se poi lo aveva fatto davvero quel viaggio in Francia, se lavorava ancora al supermercato, se era felice, che faceva il sabato sera, se era ancora abbonata a quella stupida rivista, se era ancora convinta che tutto sarebbe davvero cambiato un giorno. Dal canto suo le avrebbe detto che andava bene, che era dura, ma andava bene. Avrebbe potuto chiamare sua madre e chiederle dei gatti o suo fratello per sapere come andava con la schiena. Pensò a Marco e alla sua stupida ostinazione, si chiese per un attimo se anche lui stava con il culo per terra, si rispose di no, e pensò che forse era l’unica persona che avrebbe voluto davvero avere davanti in quel momento.

Tirò le ginocchia al petto, raddrizzò la schiena e disse stretto tra le labbra “indietro non si torna”.  E forse era davvero solo una giornata di merda, di quelle che mettono in discussione anche le certezze messe in fila con enormi difficoltà fino al giorno prima. E’ un provino andato male, ne andranno male altri 100, ma ci saranno quelli che andranno bene. Capita a tutti di cadere, proprio a tutti.

Si alzò in piedi tenendo una mano poggiata al muro, raccolse la scarpa, si sfilò l’altra e si incamminò verso casa. La pioggia era di nuovo scomparsa e cominciò a sentire forte il freddo ai piedi. La teneva sveglia. I conti, quelli veri, li avrebbe fatti il giorno dopo, di mezzo ci voleva la notte.


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arancini

arancini

Ci sono cose che non andrebbero fatte. Sono quelle che hanno la logica contro, sono quelle a cui non penseresti nemmeno, in un momento di lucidità. Eppure le fai. Chiedetelo ad un alcolista che cosa pensa quando, dopo un lungo periodo di astinenza, esclama: “E’ solo una birra… solo una… non significa mica che ricomincio”. Col cazzo, lo sai benissimo che ricominci, stai facendo una cazzata enorme, stai decidendo di rovinarti la vita di nuovo. Sai ogni cosa, come ti sentirai un attimo prima, come ti sentirai durante, come ti sentirai un attimo dopo. Lo sai e fai finta di niente, costruisci ragionamenti assurdi che possono convincere solo te, ma solo perchè sei già convinto. Puoi sperare nel “colpo di reni”, un ultimo scatto di orgoglio misto lucidità che ti fa desistere un attimo prima, quando la bellezza del baratro è già evidente. Ma non ci sperare, non succede mai… o quasi.

Ho già visto e sentito ogni cosa, conosco i dialoghi, le parole, le bugie, le parole di circostanza. Scendo dalle scale mobili, quelle alte, e subito apprezzo il punto di vista differente. Dura poco, alla fine sono solo in metropolitana, ma quel punto di vista sopraelevato mi consente di tirare un respiro pieno anche se l’aria non è delle migliori. Stringo le spalle nella giacca e mi poggio al muro ad attendere un altro viaggio, da solo. E’ troppo facile darla vinta ai pensieri. Ripenso però agli arancini, al profumo e al sapore dello zafferano dopo aver dato il primo morso. Croccante, ancora caldo, dentro morbido con i chicchi di riso distinti e non un’unica poltiglia. Il ripieno di mozzarella e prosciutto raggiunto al secondo morso, quello in cui chiudi gli occhi perché la sorpresa è svanita e vuoi armarti di consapevolezza. Nella più banale delle reazioni neurali la mia salivazione aumenta e mi scappa una risata. Ecco la metro, non ho più armi adesso… un altro viaggio


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