proiezioni
Mi avrebbe guardato come aveva fatto mille volte. Apparentemente serena, gambe accavallate, il gomito destro poggiato sul tavolo e nella mano una sigaretta accesa. Avrebbe giocato con il labbro avrebbe piantato i suoi occhi di ghiaccio dentro i miei. Un sospiro, un sorriso e mi avrebbe dato la “lezione”.
Ma come spesso è successo quella lezione io la sapevo già, ma la volevo sentire da lei. Mi capitava di sperare che avesse una idea diversa, in modo da poter discutere, ragionare, mettere avanti le mie idee e le mie intenzioni, motivare ogni cosa finendo inevitabilmente sull’elemento passionale, irrazionale che dal mio punto di vista, e in un certo senso anche dal suo, avrebbe giustificato ogni cosa. Eppure, che io mi ricordi, questa soddisfazione non l’ho mai avuta.
Avrebbe detto poche parole, pochissime. Avrebbe capito me precisando, a scanso di ogni equivoco, che riusciva anche a comprendere gli altri. Non doveva essere un ragionamento di parte, non dovevano essere parole troppo ovvie nè banali, bisognava essere giusti per fare un passo avanti, avrebbe cercato di essere ‘vera’.
Ha avuto la capacità di non dirmi mai quello che volevo sentirmi dire, non mi ha mai detto “hai fatto bene”. Non lo avrebbe fatto nemmeno stavolta. Mi avrebbe consigliato di tenere conto di ogni cosa, sfaccettatura, versione, visione, mi avrebbe detto che la cosa giusta da fare era quella che sentivo e che sapeva anche che forse non l’avrei fatto. Mi avrebbe spiegato che il rancore è una “non emozione”… è finto perchè tende al niente. Mi avrebbe ricordato le “magre consolazioni”… che tutto sommato ci si riesce a campare. Mi avrebbe abbracciato ricordandomi che tutto, sempre, dipende da me… tranne lei, che ci sarebbe stata sempre. Mi avrebbe passato la mano nei capelli e avrebbe ricominciato a stirare.
