Lampadine con le ali
D’estate il buio arrivava tardi. C’era più tempo per stare fuori, lontano dalle luci della casa. Quando il sole è appena tramontato il colore del cielo lascia andare le tonalità del viola e dell’arancione e si ricompatta in un celeste limpido. L’aria diventa fresca e improvvisamente i profumi si moltiplicano. Dura poco, è il momento di passaggio tra il giorno e il buio. Gli ultimi minuti della giornata in cui puoi essere libero prima della cena e prima di andare a letto.
Nella valle di Pietratonda le abitazioni erano due, quelle abitate s’intende. In tutto si contavano una ventina tra case, stalle e fienili. Noi avevamo la casa più vicina al bosco e di conseguenza la più lontana dal paese. Un’unica strada, spesso per niente praticabile d’inverno, ci legava al resto della valle. A poco meno di un chilometro c’era la casa di Masina. I nostri genitori non si sono parlati per dieci anni o meglio non lo hanno fatto da persone civili, arrivando in qualche caso addirittura alle mani. Non è stato mai possibile conoscere la vera causa di tanto astio, probabilmente l’avevano dimenticata anche loro. Ogni qual volta l’argomento veniva tirato fuori, immancabilmente arrivava il momento della gallina “rossa”. C’è da considerare che la scomparsa di una gallina non è un fenomeno raro. Nella maggior parte dei casi però si finisce per dar la colpa alle faine. Ma con la gallina “rossa” no, di certo era stato un furto, di certo era stato il padre di Masina. Ho sempre pensato alla possibilità che la gallina fosse semplicemente andata via, stufa di quello spazio, delle altre galline e soprattutto incuriosita dal resto della valle. D’improvviso le cose sono cambiate. Penso che ci sia una relazione forte tra lo svuotamento improvviso della valle e il miglioramento del rapporto con i genitori di Masina. In fondo è come stare su un’isola con un solo amico, e starci litigato. E’ davvero da stupidi. Certo, ci si limitava ai saluti, quando si passava con il carretto o quando ci si incrociava per le strade dei campi: non era tanto, ma mi sembrava un ottimo passo avanti. Il beneficio principale era sicuramente la possibilità di potermi vedere con Masina anche dopo la scuola. Sono cose che ti cambiano la vita. Io e Masina eravamo rimasti gli unici bambini della valle e la voglia che avevo di giocare con lei, era la stessa che aveva lei di giocare con me.
L’unica attività dalle nostre parti era coltivare il grano. Il nostro grano è diverso dagli tutti gli altri: lo riconosci subito perchè non ha i “baffi”. Il lavoro nei campi, quello si è davvero duro, a me piaceva di più stare nel mulino. Mi piaceva infialare entrambi le mani nel baule con i chicchi di grano, farle andare avanti e indietro. Disegni, leggeri e armoniosi, resi vivi dal riflesso della luce che si infilava da una finestrella. Mio padre: “Non si gioca con il grano”. Tiravo via le mani dal baule, le ripulivo velocemente, prendevo un chicco e richiudevo il baule. Facevo rotolare il chicco nella mano destra portandolo avanti e indietro con il pollice. Avevo una strada sensazione ogni volta che ne prendevo uno, mi verrebbe da dire oggi che aveva qualcosa a che fare con un forte scrupolo di coscienza. Il monito di mio padre, e l’incontrollabile desiderio di prenderne uno: quello che si può (o che non si può) e quello che si vuole fare.
Il baule era ancora lì, sul fondo una manciata di chicchi rinsecchiti e neri e la profonda delusione di non poterci affondare le mani dentro. Nel momento stesso in cui l’ho aperto, il mio cervello ha ritirato fuori le stesse identiche sensazioni che credevo scomparse o alle quali semplicemente non avevo pensato più. Una delusione tale da farmi venire un groppo in gola, quanto mi è mancato quel momento, anche se non me ne sono mai accorto.
Le frequentazioni con Masina aumentavano in modo proporzionale alla nostra necessità di conoscerci e più in generale al desiderio di scontrarsi con ogni tipo di novità. Il tempo non era mai abbastanza, tutto finiva sempre troppo in fretta. Il tempo non era stato mai così veloce, e avevo solo voglia di più tempo. La quantità di azioni, intenzioni, gesti si moltiplicava freneticamente ai primi segnali dell’arrivo del buio. Significava che c’era troppo poco tempo e troppe troppe cose da fare. Che poi le novità vere erano davvero poche ed effettivamente le cose da fare nemmeno poi così tante ma tutte, nessuna esclusa, ti davano l’impressione di dover essere fatte in quell’istante, che forse domani era troppo tardi. Si stava fuori più che si poteva, fin quando mia madre non si affacciava alla finestra e urlava il mio nome. Salutavo Masina con un abbraccio, e correvo verso casa.
Una sera, tutto sommato come le altre io e Masina fummo attratti da un piccolo punto di luce apparso proprio all’inizio degli alberi. Ci avvicinammo un po’, quel puntino si faceva più grande. I nostri sguardi si incrociarono per un istante, il mi cuore cominciò a battere forte e veloce. Avevo paura, ma una di quelle paure che ti da l’idea di avere coraggio. Troppa era la curiosità e troppo importante l’intesa con Masina. Ci avvicinammo veloce agli alberi e subito ci apparve chiaro che quella che da lontano ci sembrava un’unica luce in realtà erano mille piccole lucciole. Avevamo visto le lucciole tante volte, ma mai ne avevamo viste così tante, insieme nello stesso posto. Ci eravamo infilati tra gli alberi senza pensare. Tenevo Masina per la mano, qualcuno avrebbe dovuto vedere i nostri sorrisi, quando lo facemmo noi scoppiammo in una risata. Eravamo felici. Era tardi, eravamo nel bosco, ma non era buio. Le nostre mani si strinsero forti e non so dire esattamente quanto sia durato. Ricordo il mio nome urlato da mia madre così forte da spezzare per sempre quel momento. Chissà da quanto tempo stava chiamando. Corse verso di me e mi abbraccio forte, la mia mano lasciò quella di Masina, quasi piangendo mi disse di non andare più nel bosco quando è buio. Mi guardai intorno, le sorrisi, le dissi che non era buio, che c’erano lampadine dappertutto, lampadine con le ali.
Il mese successivo sarei partito, come ogni anno per raggiungere i miei zii nel nord del paese. La mia vita sarebbe cambiata lì… per sempre.
