Perchè ci sia un gioco, deve esserci almeno una regola (Roger Caillois)”
Condivisione del sapere
(riporto un estratto dell’articolo pubblicato sulla rivista “Dottore Commercialista” dell’Accademia dell’Agro dei Dottori Commercialisti )
“I’m on-line”. Oggi molto più che una semplice affermazione legata al fatto che il proprio pc sia collegato ad internet. Uno status che non riguarda solo la possibilità di “comunicare adesso” ma sempre più la condizione di una presenza “permanente” di una quantità di informazioni, più o meno personali, associate a questo o a quel blog, forum, social network etc.
La necessità delle persone, che spesso diventa mania, di condividere “se stessi” (in forma più o meno alterata) fa la fortuna dei social network; nient’altro che scatole….vuote, il contenuto sei tu o il contenuto “lo fai” tu. E’ proprio questo il paradigma di una sorta di rivoluzione che ha riguardato il web negli ultimi anni. Il concretizzarsi della possibilità, inizialmente destinata a pochi “eletti”, di essere i veri protagonisti della comunicazione. La capacità di forte interazione, di scambio informativo bidirezionale è di certo l’elemento in più: molto più che utilizzare il telecomando per scegliersi la telecamera preferita, molto più che il televoto!
L’evoluzione del web (il web 2.0) può essere forse letta come il semplice incontro della estrema semplificazione degli strumenti da un lato, e una forte necessità comunicativa dall’altro. Una necessità che si manifesta in forme assai diverse, e che produce una quantità di informazioni enorme con diverse “utilità” (o “inutilità”).
“I exist”. “Ciao, esisto, ecco le foto dell’ultima vacanza (quella del mio avatar è stata scelta con molta attenzione), ovvio che mi piace la pizza, non ho un cane reale, ma curo quello virtuale, ho 380 amici (con almeno 370 non ho nulla da dire), ho un orto (virtuale anche quello), oggi sono felice, sono in autobus per andare a scuola e sono uno di quelli che…si svegliano imbronciati la mattina”.
Se avessi pensato a questo quando ho cominciato a vedere in internet il futuro della comunicazione, ne avrei avuto una visione sicuramente meno entusiasta (qualcuno potrebbe dirmi che ho uno scarso senso per gli affari….e forse è vero). Se uno dice qualcosa è pensabile che abbia qualcosa di interessante da dire. Se decide (consapevolmente) di dirlo ad un numero elevato di persone, è plausibile che abbia qualcosa di molto interessante da dire. Preso quindi per buono che Facebook è una piattaforma formidabile, ill valore aggiunto è nella conoscenza / esperienza che ognuno di noi è in grado di aggiungere all’informazione. Essere in rete piuttosto che esistere in rete. O almeno entrambi!
E’ ovvio che “socializzare” sia per molti il risvolto interessante della faccenda ma è vero che “condividere” è la chiave di lettura utile. E’ più che mai importante quindi che se qualcuno ha qualcosa di interessante da dire, questo sia fatto in modo che raggiunga più destinatari possibili. La valutazione dell’importanza o utilità di un pensiero, di un’idea, di un’esperienza è sicuramente un fatto soggettivo, non si potrà mai essere certi di dire una cosa importante o una cosa giusta, ma il condividerla può servire proprio a raggiungere una maggiore consapevolezza o a addirittura a convincersi del contrario.
Nulla di nuovo, certo, concetti consolidati nella vita reale, ma con una differenza importante: il numero delle persone coinvolte!. Scrivere un post su un blog e permettere ai motori di ricerca di indicizzarlo può significare, ogni giorno, avere nuovi “lettori” e in qualche caso “partecipanti”. Se si scrive di riforma fiscale (tanto per fare un esempio appropriato) non si può immaginare quante persone ogni giorno scrivono su google “riforma fiscale” , e quante probabilmente trovano risposta su questo o su quel blog (e magari non su i “siti ufficiali”).
Succede realmente…ogni giorno.
…
Il sapere condiviso contribuisce in modo determinante alla crescita collettiva, e perchè no alla propria net-reputation. E’ una strada lunga (infinita?!)…siamo appena all’inizio
Gabbie
Non tutte hanno le sbarre, o muri di cemento alti. Non tutte c’erano già, non tutte hanno i segni di chi ci è stato prima. E’ ovvio: ce ne sono di materiali e di immateriali, di quelle nelle quali non si sceglie di entrare e si oppone resistenza e di quelle invece nelle quali si entra a capo chino rassegnati, a volte addirittura compiaciuti. Di entrambi ne è pieno il mondo. Ci sono quelle “private” che riguardano ognuno di noi, le proprie aspirazioni e i propri limiti o le proprie paure ma non è di queste che voglio parlare, andrebbero considerate gabbie “minori” o quantomeno piccole rispetto ad altre, gigantesche sotto gli occhi di tutti ma allo stesso tempo così poco visibili. Questo mio ragionamento non può non sfiorare (volontariamente “di striscio”) la questione “informazione” e di certo non voglio addentrarmi sui problemi del nostro piccolo paese, che pure sono tanti, ma cercare di proporre una riflessione di carattere più generale, che può essere però applicata, seppur con differenti sfumature, a tante realtà attuali.
Qualche mese fa è stato partorito “Internet for Peace”
“Abbiamo finalmente capito che Internet non è una rete di computer, ma un intreccio infinito di persone”
E’ l’inizio del manifesto del movimento che candida Internet al premio nobel per la pace vi consiglio di leggerlo tutto, di farvi un giro….magari di aderire.
Il passaggio, a mio parere più significativo del manifesto è questo:
“La cultura digitale ha creato le fondamenta per una nuova civiltà”
Bene, è chiaro, la tecnologia prima, la “cultura digitale” poi hanno creato le fondamenta. Sta a noi decidere cosa costruirci sopra.
Ne ho letto davvero tanto, mi sono sempre informato/documentato sulla possibilità che internet potesse davvero rappresentare un’opportunità solida e duratura per la circolazione libera delle informazioni. Ho valutato gli aspetti tecnologici prima di tutto, ho valutato/riflettuto su quanto potesse essere plausibile un’attività di tecno-controllo dell’intero sistema, su quanto fossero attuabili limiti e barriere, su quanto ognuno di noi potesse essere davvero libero o addirittura anonimo. Mi sono convinto di una cosa e dell’opposto e mi sono convinto e chiudo (non voglio annoiare nessuno con troppi ragionamenti) che un’opportunità esiste davvero. La chiave di lettura, a mio modestissimo parere, è la dimensione. Internet è una cosa troppo grande, con troppe porte, corridoi, strade, finestre, balconi… per poter sottostare ad un monitoring continuo e infallibile. Inoltre è storicamente dimostrato: per ogni muro tirato su dal team di superespertimatematici ci sarà sempre un quattordicenne svedese in grado di fare una crepa o addirittura di ridurlo a pezzi.
“Liquidato” l’aspetto tecnologico il punto resta l’aspetto socio-culturale. Cosa saremo in grado di costruire su queste fondamenta? Un modo libero… o una gigantesca gabbia?. Voglio essere fiducioso, ma se è vero che “la scelta migliore” passa per “il sapere” dentro di me, a pochi centimetri dalla scritta “Internet for peace”… resta incancellabile “Internet is for porn”. Chi vincerà? Ve lo dico io… il porno senza ombra di dubbio ma mi accontenterei se si arrivasse secondi (i partecipanti sono molto più di due). Perché l’informazione esiste ma siamo poco abituati a cercarla, bastano davvero pochi click per “saperne di più” o per conoscere l’altro punto di vista ma i numeri (perché alla fine è sempre opportuno parlare di numeri) ci dicono che “la scatola con il telecomando vince” e da noi, come tanti altri posti nel mondo, la scatola ci fa sapere poco e male. Prima ancora quindi di “metterci a costruire” qualcosa, sarebbe opportuno che diventassimo almeno muratori di livello base. E’ necessario ritirare fuori dal cassetto (e dai seminari di un pò di anni fa) l’idea di “alfabetizzazione digitale” non più solo come utilizzo dello strumento ma piuttosto come utilizzo “cosciente” dello strumento.
Le cose si sono fatte serie (o se vi piace di più “il gioco è diventato duro”)… e noi?… siamo davvero pronti a giocare?
Chiudo con un link… di quelli che fa bene farsi una navigata a prima mattina…
Global Voice – www.globalvoice.org (versione italiana qui)
Mi dice la mia casa:
“Non abbandonarmi, il tuo passato è qui…”
Mi dice la mia strada:
“Vieni, seguimi, sono il tuo futuro.”
E io dico alla mia casa e alla mia strada:
“Non ho passato, non ho futuro.
Se resto qui, c’è un andare nel mio restare;
Se vado là, c’è un restare nel mio andare.
Solo l’amore e la morte cambiano ogni cosa.” (Gibran Khalil Gibran)”
Condivisione del sapere
(riporto un estratto dell’articolo pubblicato sulla rivista “Dottore...The book of love
Gabbie
Non tutte hanno le sbarre, o muri di cemento alti. Non tutte c’erano già, non...
