Stop
Per essere particolarmente originale, ho cominciato con “start” e finisco con “stop”.
Questo blog, come tutte le cose prima o poi, si ferma. Succede.
E’ partito per un motivo… e finisce per lo stesso, più o meno.
Questo non significa che smetterò di scrivere. E’ un’abitudine che è stata mia per tanto tempo, per tanto altro l’ho dimenticata e comunque ho finito per riprenderla. Bene così
bye
p.
Rock
La prima volta su un palco, in una giornata dedicata al rock, in un paese della provincia della provincia, era davvero una cosa importante
“E che cazzo….suoniamo alle 7, è ancora giorno e non ci sta quasi nessuno”….”si ma che te ne fotte…..basta che suoniamo”. Tutti sul palco, niente luci, quella del sole di settembre bastava e avanzava, il primo pezzo….le prime tre note…….e bam. Una corda del basso cede alla tensione di una mano ancora troppo rigida per un giro di slap. Tutti fermi a guardarsi in faccia e via, giù dal palco, non si può suonare con un basso a tre corde. Avanti il prossimo. La scarica di adrenalina fortissima, il battito accelerato e la consapevolezza di non aver fumato, almeno non ancora. “E mo?… dove cazzo la pigliamo sta corda di basso”. Dopo dieci minuti arrivò uno dell’organizzazione con una corda nuova. Risalimmo sul palco che era sera, le luci sulle “americane” erano accese e tante persone che non le avevo mai viste. La paura di riprende di nuovo, più forte e allora guardi gli altri, cerchi un’intesa… forse un conforto. Ti ritorna il caldo dietro al collo, e le mani cominciano a sudare, gli esercizi ormai non servono più a niente.
Eccola una sensazione che non ha un nome, non sai quando comincia, non sai quando finisce, ma te la ricordi per tutta una cazzo di vita!
Successi
“Ce l’ho fatta!!”. Esclamò tirando appena fuori la testa da dentro al mobile sotto il lavello. Era stato lì almeno un’ora tentando di far girare quella chiave di cui non ricordava nemmeno il nome. Tutto troppo stretto, come è giusto che sia sotto ad un lavello. Le cose non erano andate lisce sin dall’inizio: “Potevi pensarci che era necesario chiudere l’acqua prima di allentare la vite”, aveva esclamato Claudia dopo aver visto nell’ordine: lo scatto fulmineo di Matteo nel tirare la testa fuori dal mobile completamente inzuppata d’acqua in contemporanea ad un “oh cazzo no!!!”; averlo visto correre fuori al balcone quasi stesse alle olimpiadi e averlo visto rientrare per chiedere velocemente “Si è chiusa l’acqua????”.
A quel punto aveva preso il suo ritmo normale, testa piantata nel collo per l’umiliazione. Che poi Claudia lo aveva detto che forse era opportuno chiamarlo l’idraulico anche se costa. Si era fermato davanti a Claudia in cerca di quello sguardo che l’avrebbe assolto, quello della mamma che ne perdona un’altra e Claudia non l’aveva deluso. Subito dopo era scoppiata a ridere, aveva preso uno strofinaccio della cucina e si era messa ad asciugargli la testa. Era quello di cui aveva bisogno: un incoraggiamento. L’aveva abbracciata mentre l’asciugava, per sentire il suo odore prima di ricominciare, con lo stesso entusiasmo dell’inizio. Aveva re-infilato la testa sotto il lavello e ogni tanto chiedeva a Claudia di passargli qualcosa: “Quella rotonda, di plastica bianca… vedi l’ho poggiata tra i fornelli… o forse nella bilancia… vedi un po’”. E lei “è questa?… o questa?”. E lui “bianca… rotonda… è questa… no?”. La pazienza è una virtù “reciproca” e Claudia aveva chiaro in mente che avrebbe dovuto metterci buona parte della sua quel giorno.
Aveva pazientato almeno mezz’ora senza dire una parola, poggiata alla cucina, sempre pronta semmai fosse arrivata una nuova richiesta. Ne arrivò solo un’altra “apri l’acqua e vediamo se va… dovrebbe andare”. Lei dopo qualche secondo “sisi, va!”. “Evviva”.
Era seduto per terra davanti al lavello… e fissava Claudia in piedi davanti a lui, con un sorriso compiaciuto per aver risolto il problema e ancor più perché Claudia era stata perfetta. Non succedeva sempre, ma stavolta era stata perfetta. La prima esperienza con l’idraulica domestica era stata un successo. “Stasera si festeggia, ci vuole l’aglianico… cucino io”. Lei aveva sorriso, si era seduta di fianco a lui e aveva poggiato la testa sulla sua spalla.
La camicia migliore
Fa caldo. L’autunno non riesce proprio a presentarsi. Mi capita di “cercarlo” sugli alberi e considero tra me e me, in sincera banalità, che qualcosa è cambiato, il clima è diverso. La verità è che vorrei la pioggia perchè mi piace. La verità è che aspetto il freddo, perchè mi da piacere.
L’umidità non mi ha fatto desistere. Oggi è il giorno peggiore della mia vita, e sono sicuro di esagerare!
Cammino in modo frenetico tra il bagno e la cucina, mi guardo allo specchio e bevo caffè in un loop interrotto solo dall’ennesima sigaretta. Mi fermo a pensare, ma non è il momento… lo farò dopo, forse. Oggi è il giorno peggiore della mia vita.
Lo penso davvero ora e so per certo che non lo penserò domani.
Ho aperto ogni balcone ma sudo comunque, guardo le pareti in cerca di un orologio che non c’è, torno in cucina a bere direttamente dalla moka. Punto il guardaroba, guardo rapidamente tra le mensole come nel dover mostrare a me stesso una presunta indecisione che in realtà non c’è. L’ho già vista, è lì a destra. Sovrappongo in labbro inferiore a quello superiore, raccolgo i calzini del giorno prima e li lancio nella cesta dei panni sporchi. Brutto tiro. Oggi è il giorno peggiore della mia vita.
Ritorno al guardaroba e stavolta la tiro fuori senza pensarci. E’ stirata… profuma. Sbottono rapidamente e la indosso, sto bene… lo so che sto bene. Mi sento anche meglio. Giù per le scale, le prime le scendo a due a due poi mi rendo conto che non vado di fretta, mi fermo e respiro. Fuori il sole mi si pianta negli occhi, passo all’ombra degli alberi e salgo in auto. Piano, adesso tutto va molto piano. Incrocio Nina con la bicicletta come ogni mattina, percepisco il suo sforzo, il suo affanno. Attraverso l’incrocio senza quasi fermarmi… mi concedo questo pizzico di incoscienza, solo oggi. Vorrei un caffè, meglio evitare… già la vedo quella macchia.
Tutto è pronto per il giorno peggiore della mia vita, sono tranquillo, ho messo la camicia migliore.
a fishbowl
“So,
So you think you can tell
Heaven from Hell,
blue skies from pain.
Can you tell a green field from a cold steel rail?
A smile from a veil,
Do you think you can tell?
And did they get you trade
your heroes for ghosts?
Hot ashes for trees?
Hot air for a cool breeze?
Cold comfort for change?
And did you exchange
a walk on part in the war
for a lead role in a cage?
How I wish, how I wish you were here.
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl,
year after year,
running over the same old ground.
What have we found?
The same old fears,
wish you were here.”
“Non dar retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola””
una vita
Come ogni pomeriggio degli ultimi vent’anni Angelina si gode la sua ora di libertà. Seduta sulla solita panchina della villa comunale a lanciare ceci tostati ad un gruppetto di piccioni. Quello è il suo punto di vista, lei il mondo lo ha visto cambiare da lì, almeno da quando è morto Filippo, da vent’anni appunto. Un tumore ai polmoni se l’è portato via in tre mesi; un male accumulato negli anni a respirare aria nera dei bruciatori in fabbrica. Allora se ne sapeva poco, non si immaginava e forse i pochi che sapevano hanno preferito non dire niente.
Angelina i ceci non li mangia perché non lo può fare, li compra solo per i piccioni. Tra un lancio e un altro si guarda intorno, guarda i ragazzi meravigliandosi ogni volta di come sono vestiti, li sente parlare, urlare, guarda le ragazzine, non se l’immagina come è potuto accadere che a quell’età si può essere così sfacciati. Ripensa alla sua gioventù, a quando era fidanzata con Filippo che era in guerra. Si ricorda delle lettere e di un amore che è durato una vita. Pensa che era lei ad avere carattere ma che Filippo andava rispettato perché era l’uomo. Filippo non era mai stato autoritario e le voleva bene, davvero. Un amore che a pensarci adesso credi che non possa esistere più.
Angelina, saluta i cani, quelli che circolano liberi e anche quelli con il padrone: sono sempre gli stessi. Stende le gambe che fa bene alla circolazione e guarda tra gli alberi, quelli alti e vecchi della villa dei principi. Gli capita ogni volta di pensare a Filippo due, tre, cinque volte. Ed è un pensiero che finisce sempre amaro. Nonostante questo lo cerca, lo aspetta ogni giorno. Un’ora, una sola nella quale non si adopera ad impegnare la mente. La lascia libera e lei, insosarabile, corre da Filippo.
Ogni tanto passa Arturo, gestisce il chiosco insieme ai nipoti. Diciamo che ormai fa ben poco ma quel chiosco l’ha tirato su lui, è la sua vita. Arturo ha quasi 70 anni, ogni tanto si avvicina con un sorriso sornione e chiede ad Angelina se le può offrire qualcosa al chiosco. Lei come al solito risponde di no e Arturo, sempre sorridente, ossequia e se ne va.
Angelina ci vede bene per la sua età, è l’udito il suo vero problema. Da un orecchio ci sente poco, dall’altro ancora meno. Le ha spiegato il medico che tanti anni con i rumori della fabbrica hanno causato danni irreparabili che possono solo peggiorare. Ogni volta che l’argomento viene tirato fuori lo chiude subito e sempre allo stesso modo: “E che m’import si nun sent cchiù… ho sentito abbastanza”.
Quarant’anni della sua vita Angelina li ha passati a lavorare nelle Manifatture Cotoniere Meridionali. Quarant’anni nel capannone dei telai e centinaia di migliaia di aghi a battere la stoffa. Quel rumore infernale non se l’è mai tolto dalla testa, lo sente ancora adesso, forse è l’unica cosa che sente davvero bene. Ha cominciato a 14 anni, un anno prima di conoscere Filippo. Ogni tanto ci passa davanti alla fabbrica. Le fa un brutto effetto vederla ferma, trasformata in un deposito e preferisce ricordarsela piena di gente. Si rende conto che anche quella, come tante altre cose della sua vita, non esistono più. Le restano spesso solo ricordi, a volte sbiaditi.
Ci pensa alla morte, ogni tanto, e ci pensa con il sorriso. Filippo le è stato vicino una vita intera, figurati se non la sta aspettando già.
Mi accuso
Mi accuso,
non per piangeria ma per rabbia.
Mi accuso di ogni parola detta e non detta, di ogni carezza fatta e non fatta.
Mi accuso. Perché nei fatti potevo fare di più e forse perché nei fatti ho fatto anche troppo.
Mi accuso per la testardaggine e per la mancanza di arrendevolezza. Mi accuso oggi e lo farò per il resto della vita.
Mi accuso per questa strada che è mia solo in parte e per aver voluto credere che fosse tutta mia.
Mi accuso perché pur sapendo correre non ho staccato nessuno, mi accuso per essermi fermato ad aspettare le persone sbagliate.
Mi accuso perchè ho avuto la visione del mondo e del giusto e l’ho scambiata per la visione del mio mondo e del compromesso.
Mi accuso perchè ho sofferto quasi sempre in silenzio e mi accuso per per le poche parole dette.
Mi accuso infine perché sogno e mi accuso per averlo fatto soltanto di giorno.
Mi accuso dunque,
e mi condanno.
